Lunedì Usa, Ue, Gran Bretagna e Canada si sono schierati contro i funzionari cinesi accusati di violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, a danno di uiguri e altre minoranze musulmane.
Di conseguenza la Cina si è mobilitata contro i brand occidentali, invitando al boicottaggio di società come H&M e Nike.
Il Global Times ha anche criticato le “dichiarazioni taglienti” di Burberry, Adidas, Nike, New Balance e Zara,
diffuse mesi fa per prendere le distanze da situazioni critiche che Pechino ha sempre negato esserci nello Xinjiang,
produttore del 20% del cotone mondiale.

La Cctv, Tv statale cinese, sui social media ha invitato a non comprare prodotti di tali brand:
“Per queste imprese la risposta è molto chiara: non comprare!”
I cinesi hanno “il diritto di esprimere i propri sentimenti. Non accettano che le società straniere da un lato guadagnino denaro da loro e dall’altro diffamino la Cina. Rifiutare il cotone dello Xinjiang, tra i migliori al mondo, è una perdita per i marchi”,
ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying.
Il portavoce del ministero del Commercio, Gao Feng, in conferenza stampa ha dichiarato:
“La cosiddetta esistenza del lavoro forzato nello Xinjiang è totalmente fasulla”.
Ed ha invitato le società straniere a “correggere le pratiche sbagliate” ed evitare di politicizzare le questioni commerciali, aggiungendo che “l’impeccabile cotone dello Xinjiang non consente di screditarlo e di contaminarlo”.
Oltre una trentina di celebrità, tra cui Wang Yibo, popolare cantante e attore, ha annunciato lo stop ai contratti con H&M e Nike.
H&M
La Cina è il quarto mercato di riferimento del colosso svedese con 520 negozi,
secondi per numero solo ai 593 degli Usa:
i suoi store sono spariti dalle mappe del motore di ricerca Baidu e dalle app degli smartphone locali,
mentre i prodotti sono introvabili sulle piattaforme di e-commerce.
Nike
Anche per Nike, icona dell’abbigliamento sportivo che ha in Cina il 23% dei suoi ricavi, gli scenari si sono complicati in seguito alla dichiarazione in cui assicurava di non rifornirsi di “materiale tessile” dello Xinjiang.
Su Internet sono apparsi video di scarpe bruciate e appelli ai team delle nazionali cinesi di chiudere le sponsorizzazioni con la società Usa.
Lo Shanghai Shenhua, team di Seria A del calcio cinese, ha postato le foto degli allenamenti senza il logo Nike sulle divise.
Zara, Uniqlo e Gap
Anche Zara, che aveva deciso un “approccio di tolleranza zero nei confronti del lavoro forzato”, è finita sotto pressione,
mentre i netizen hanno preso di mira altri marchi dell’abbigliamento, come la nipponica Uniqlo e l’americana Gap,
tra i possibili autori di attacchi allo Xinjiang.
“Le aziende occidentali devono rispettare le condizioni”
Il direttore del tabloid nazionalista Global Times, Hu Xijin, ha twittato:
“Le aziende occidentali devono riconsiderare come trovare un equilibrio tra la Cina e l’Occidente.
I loro Paesi non dovrebbero dar loro troppa pressione e spingerli fuori dallo spazio di sopravvivenza.
La Cina è aperta agli investimenti stranieri, purché siano rispettate le sue condizioni”.